FUORI DALL’AFRICA – Prima Parte

da | Set 2, 2017 | Archeologia

N. d. R: Le opinioni espresse nel seguente articolo non riflettono necessariamente le posizioni di ASPIS, né sono da esso avallate.

FUORI DALL’AFRICA

PARTE I: La teoria dell’origine africana della nostra specie è credibile? Homo sapiens è davvero nato in Africa? E se non è così, quali sono le alternative?

Di Fabio Calabrese

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Fabio Calabrese

La teoria dell’“Out of Africa”, letteralmente “fuori dall’Africa”, cioè dell’origine africana della specie umana rappresenta “la vulgata” “scientifica” dominante, ossia “l’ortodossia” avallata dalle istituzioni scientifiche ufficiali, dai libri di testo, fino ai mass-media, sulle origini della nostra specie. Di questa teoria esistono due versioni, denominate rispettivamente Out of Africa I e Out of Africa II. La prima presuppone che a uscire dall’Africa sia stato il genere homo, la seconda, o “teoria della sostituzione” sostiene che a uscire dall’Africa sarebbe stata la specie homo sapiens, sostituendo i ceppi umani pre-sapiens o sapiens arcaici già diffusi nel Vecchio Mondo. Poiché entrambe cadono sotto le stesse obiezioni, che però si presentano in maniera più marcata per l’Out of Africa II, per motivi pratici ne parleremo come di una teoria unica, pur tenendo presente questa distinzione.

Ebbene, io ho la convinzione che essa non corrisponda alla realtà dei fatti, e vedrò adesso di sintetizzare i motivi che fanno avanzare seri dubbi circa la sua validità.

Cominciamo con il dire che, contrariamente a quanto generalmente si ritiene, essa non è affatto una teoria scientifica, quanto meno essa deve la sua genesi non a motivazioni scientifiche, ma prettamente ideologiche.

Questo è quello che riguardo a ciò ha fatto rilevare lo storico australiano Greg Jefferys, che  ha raccontato:

“Tutto il mito dell’Out of Africa ha le sue radici nella campagna accademica ufficiale negli anni ’90 intesa a rimuovere il concetto di razza. Quando mi sono laureato, tutti passavano un sacco di tempo sui fatti dell’Out of Africa ma sono stati totalmente smentiti dalla genetica. (Le pubblicazioni) a larga diffusione la mantengono ancora” (1).

In poche parole, si tratta di una concezione inventata negli Stati Uniti nell’ambito della “filosofia” della political correctness allo scopo di “battere il razzismo” (dove per “razzismo” – una bella falsificazione semantica – non si intende più l’affermazione della superiorità di una razza sulle altre, ma la constatazione che le razze umane esistono) anzi, potremmo dire che essa è un costituente fondamentale della concezione che nega l’esistenza delle razze umane.

A seconda della nostra visione politica e ideologica, noi potremmo trovare un simile intento lodevole oppure no, e io non vorrei aprire un contenzioso su questo. Ciò che invece ritengo importante sottolineare, è il fatto che non è così che nasce o dovrebbe nascere una teoria scientifica, che dovrebbe invece partire dai fatti e dalle prove e svilupparsi come loro interpretazione e sistematizzazione.

Tuttavia diciamolo pure, la cosa più importante non è chiedere il pedigree alle teoria scientifiche. La struttura molecolare ad anello del benzene e degli idrocarburi aromatici fu scoperta dal chimico Kekule a partire da un sogno. Keplero scoprì le leggi del moto dei pianeti partendo dalla ricerca dell’ “armonia delle sfere”, ricerca mistica dettata dalla sua filosofia pitagorica. Quello che importa davvero è se le teorie, comunque si sia arrivati alla loro formulazione, reggono alla prova dei fatti oppure no.

La nostra specie, homo sapiens, zoologicamente appartiene al gruppo degli ominidi che a sua volta fa parte della famiglia dei primati, e poiché oggi tutti gli ominidi conosciuti, eccetto noi stessi, sono estinti, i nostri parenti più prossimi attualmente viventi sono le scimmie antropomorfe.

Poiché gli ominidi (almeno quelli più noti al grosso pubblico) erano africani, ecco la deduzione apparentemente ovvia che la transizione da ominide a uomo debba essere avvenuta in Africa.

In realtà le cose non stanno affatto così, ma certo se non tenessimo presente questo quadro, sarebbe difficile spiegare come mai la scoperta di un fossile ominide europeo avvenuta in tempi recenti (in realtà i fossili di questa creatura erano già stati ritrovati negli anni ’30, ma solo recentemente sono stati riconosciuti come ominidi), Graecopithecus Freybergi  (familiarmente detto “El Greco”) i cui resti sono stati ritrovati in Grecia e Bulgaria, abbia provocato nei sostenitori dell’Out of Africa (già traballante per altri motivi, come vedremo), una vera e propria reazione fobica di cui un articolo apparso sul sito on line di “Ethnopedia” a firma di tale “Kirk” lo scorso maggio, è un chiaro esempio (2).

Fatica sprecata, perché “El Greco” non è in realtà il primo ominide non africano di cui si abbia notizia, si potrebbero ricordare l’indiano Sivapithecus o Ramapithecus, che appunto prende il nome da due divinità del pantheon induista (inizialmente i fossili di questa creatura furono classificati come appartenenti a due generi diversi, e in un secondo momento sono stati riconosciuti come membri dello stesso genere), e anche l’italiano Oreopithecus Bambolii, il cui primo esemplare conosciuto fu estratto da una cava di lignite nella zona di Monte Bamboli in Toscana.

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Charles Darwin

Riguardo a questa creatura, vale la pena di leggere la descrizione che ne dà Wikipedia:

“I denti erano molto piccoli in proporzione alle dimensioni del corpo…l’Oreopithecus aveva dei canini di dimensioni paragonabili al resto della sua dentizione… L’anatomia postcraniale mostra adattamenti sia ad una vita arboricola sospesa che a una deambulazione bipede” (3).

Vi è chiaro cosa significa questo? L’assenza del grosso canino tipico delle scimmie antropomorfe e la possibilità di camminare eretti sono le caratteristiche che hanno consentito di diagnosticare la famosa Lucy e gli altri australopitechi come precursori dell’umanità, ebbene, li ritroviamo anche nell’oreopiteco toscano.

Ma ammettiamo l’africanità degli ominidi, questo significa automaticamente l’origine africana della nostra specie?

C’è una difficoltà riguardante proprio la teoria dell’evoluzione come viene abitualmente formulata: nella versione più comune, essa presuppone un gradualismo, una trasformazione continua nel tempo delle specie verso tipi più evoluti, ma non è assolutamente questo che ci mostra la documentazione fossile, dove invece vediamo le specie animali e vegetali stabili per lunghissimi periodi di tempo, poi la loro sostituzione “improvvisa” (per i tempi geologici, s’intende) con specie successive che si mantengono anch’esse a lungo stabili per essere poi altrettanto “improvvisamente” rimpiazzate. Qualcuno ha parlato di “evoluzione a scatti”.

Per risolvere il busillis, qualcuno ha proposto quella che è stata chiamata teoria della speciazione allopatrica (termine greco che significa letteralmente “altra patria”). In poche parole, quando una specie è insediata stabilmente in un vasto areale, tenderà a formare popolazioni marginali satelliti che si adattano ad habitat particolari, e qui avverrebbero le mutazioni destinate a formare una nuova specie, di cui la documentazione fossile perlopiù non conserva traccia (ricordiamo che solo i resti di una frazione infima di tutti i viventi si fossilizzano, e la stragrande maggioranza scompare senza lasciare segni permanenti della propria esistenza), poi accadrà qualche cambiamento nelle condizioni ambientali (ad esempio un mutamento climatico) per cui la varietà sino a quel momento marginale, si troverà avvantaggiata, re-invaderà l’areale centrale della specie, si riprodurrà in un gran numero di esemplari, e a questo punto avrà probabilità di comparire come nuova specie nella documentazione fossile, creando l’apparenza della discontinuità.

La cosa interessante è che questa teoria “nuova” e “innovatrice” si trova già sostanzialmente anticipata in alcune osservazioni di Darwin in L’origine delle specie, perché lo scienziato inglese era assolutamente consapevole del problema rappresentato dalla discontinuità che emerge dalla documentazione fossile.

Ora, per quanto riguarda l’origine della nostra specie, i “salti” evolutivi di cui dobbiamo tenere conto sono almeno tre: da scimmia antropomorfa a ominide, da ominide a uomo, da uomo “antico” (erectus, ergaster, antecessor) a uomo anatomicamente moderno. La speciazione allopatrica rende inverosimile che tutti e tre questi “salti” debbano essersi verificati nel medesimo areale dell’Africa subsahariana.

Le difficoltà dell’Out of Africa, ovviamente non finiscono qui. Prescindiamo dal fatto che l’uomo “anatomicamente antico”, l‘homo erectus, nostro lontano predecessore, era diffuso in tutto il Vecchio Mondo; gli esemplari più noti sono l’uomo di Giava (il primo a essere scoperto, inizialmente battezzato Pitecanthropus), l’uomo di Pechino e quello di Heidelberg (nessuna delle tre è una località africana, mi pare). Diciamo che intorno ai centomila anni fa c’erano un po’ ovunque delle popolazioni “di transizione”, definite talvolta pre-sapiens, talaltra sapiens arcaiche. Per limitarci all’Europa, possiamo citare, oltre all’uomo di Neanderthal, l’uomo di Swanscombe (Inghilterra), di Steinheim (Germania), di Petralona (Grecia). Possiamo pensare che si siano graziosamente estinte di loro iniziativa per fare posto al “puro” sapiens di presunta discendenza africana?

Certo, potremmo anche pensare che sia stato il sapiens di origine africana a sterminarle, ma di certo è un’ipotesi che non fa fare una figura molto bella a una “teoria” il cui vero scopo non è la conoscenza delle nostre origini, ma il panegirico “antirazzista”.

Per risolvere il problema, qualcuno ha avuto una trovata a suo modo geniale. Tra 70 e 50.000 anni fa, il vulcano Toba nell’isola di Sumatra in Indonesia avrebbe prodotto una mega-esplosione, sul tipo di quella generata nel XIX secolo dal vulcano Krakatoa sempre nell’area indonesiana, ma molto più ampia. Si è ipotizzato allora che l’enorme quantità di ceneri scagliata nell’atmosfera da questa super-eruzione avrebbe prodotto qualcosa di simile a un inverno nucleare che avrebbe coinvolto tutto il nostro pianeta, portando tutte le popolazioni umane allora esistenti all’estinzione, eccetto un pugno di superstiti africani da cui si suppone che tutti noi discenderemmo.

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La preistoria immaginata dal pittore francese Emmanuel Benner con la sua tela Les hommes prehistoriques chassant l’ours, 1892

IL DIAVOLO FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI, dice un detto popolare. A prescindere dal fatto che è del tutto inverosimile che una catastrofe planetaria possa aver portato una specie, la nostra, sull’orlo dell’estinzione e non aver lasciato segni visibili sulle altre, poco dopo la messa in circolazione della storiella del vulcano Toba, è avvenuta una scoperta che le ha tolto parecchia credibilità. Sempre in Indonesia, nell’isola di Flores sono stati ritrovati i resti di alcuni piccoli uomini che sono stati denominati homo floresiensis, o familiarmente “hobbit” come i personaggi di Tolkien. Gli “hobbit” a quanto pare non erano homo sapiens ma una forma nana (nanismo insulare) di erectus. Gli “hobbit”, a quanto pare, hanno continuato a vivere sulla loro isola fino a 20.000 anni fa, quindi fin dopo 30 – 50.000 anni dopo l’eruzione del vulcano Toba, pur trovandosi su quello che su scala planetaria è un passo dall’epicentro della presunta catastrofe globale. La loro esistenza è una chiara sconfessione dell’ipotesi catastrofica del Toba e quindi indirettamente dell’Out of Africa.

In una questione come questa, l’ultima parola, tuttavia, non poteva non essere riservata alla genetica, allo studio del DNA, e anche qui le sorprese non sono mancate, tutte spiacevoli per i sostenitori dell’ipotesi africana.

Nel 2012, due genetisti russi, Anatole A. Klyosov  e Igor L. Rozhanski  hanno pubblicato l’articolo Re-Examing the “Out of Africa” Theory and the Origin of Europeoids (Caucasians) in the Light of DNA Genealogy (4). I due ricercatori hanno studiato gli aplogruppi (le varianti genetiche, possiamo dire semplificando) del cromosoma Y in un campione di più di 7.500 soggetti, africani e non africani, e da questo studio non è emersa nessuna prova della derivazione dall’Africa degli aplogruppi non africani.

La cosa curiosa è che oggi sembra di assistere a una sorta di rinnovata Guerra Fredda a parti invertite. Laddove i ricercatori russi non sono oggi sottoposti a pressioni ideologiche di alcun tipo e sono liberi di lasciar semplicemente parlare i fatti, gli americani sono costretti a non mettere in discussione l’Out of Africa considerata una specie di supporto “scientifico” a quell’ideologia della political correctness ritenuta indispensabile alla sopravvivenza senza troppi conflitti di una società multietnica com’è quella statunitense.

Ma le sorprese non finiscono qui. Le ipotesi scientifiche alternative all’Out of Africa sono quelle dell’evoluzione multiregionale e dell’Out of Eurasia. La prima non privilegia in maniera particolare nessuna regione del Vecchio Mondo (tenendo fuori dal discorso le Americhe che sarebbero state colonizzate in epoca relativamente tarda da popolazioni certamente sapiens); in pratica, lo scambio genetico tra i diversi gruppi umani che popolavano il nostro pianeta non sarebbe mai venuto meno, ed esso avrebbe prodotto in ciascuno di essi, per proprio conto, una graduale evoluzione da erectus a sapiens La seconda sostiene che l’Africa sarebbe stata colonizzata da un homo sapiens originatosi in Eurasia. Le ipotesi non africane hanno avuto dalla ricerca genetica una serie di conferme che io sarei incline a definire imponenti.

Secondo le ricerche del biologo svedese Svante Pääbo, considerato uno dei fondatori della paleogenetica e insignito nel 1992 del premio Leibniz della Deutsche Forschung Gemeinschaft (la massima onorificenza scientifica tedesca), l’uomo di Neanderthal sarebbe un antenato degli europei e caucasici odierni, che avrebbero mediamente dal 2 al 4% di geni neanderthaliani presenti nel proprio genoma: un’eredità che condividiamo con le popolazioni di origine asiatica ma non con i neri subsahariani (5).

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Cranio di Homo floresiensis

Questa percentuale relativamente bassa non deve trarre in inganno: non dobbiamo dimenticare che non solo gli ominidi, ma anche le scimmie antropomorfe hanno un DNA molto simile a quello umano, quindi noi parliamo di geni riconoscibili come neanderthaliani, ma la nostra eredità effettiva da questo antico uomo potrebbe essere ben maggiore, e lo stesso discorso si può fare, ovviamente, per l’uomo di Denisova.

La storia non finisce qui, perché nel 2010 un team di ricercatori dell’Istituto Max Planck di Antropologia di Lipsia guidato sempre da Svante Pääbo  ha analizzato il DNA mitocondriale di alcuni resti umani rinvenuti nel 2008 nelle grotte di Denisova sui monti Altaj in Siberia, giungendo alla conclusione che si trattava dei resti di una terza specie umana, distinta sia dall’homo sapiens anatomicamente moderno, sia dall’uomo di Neanderthal. L’uomo di Denisova, vissuto fra 60.000 e 40.000 anni fa, avrebbe dato il suo contributo al genoma dell’umanità attuale: i suoi geni si ritroverebbero oggi nelle popolazioni asiatiche e australoidi in una proporzione variabile dal 4 al 6%, ma in alcune popolazioni, come i Melanesiani che presentano una spiccata diversità genetica rispetto ad altri tipi umani, questa proporzione, sembrerebbero indicare alcune ricerche successive, potrebbe essere molto più alta (6).

Un disegno dell’albero genealogico umano fatto da Christopher Stringer, direttore delle ricerche sulle origini dell’uomo del Museo di Storia Naturale di Londra ci fa vedere i vari rami che si distaccano dal tronco dell’erectus per giungere a confluire nell’umanità odierna: sapiens (Cro Magnon), Neanderthal, Denisova, si vede anche che tra gli ominidi estinti, l’ultimo che ci ha lasciati è stato l’hobbit di Flores, ma se si guarda con attenzione, si può vedere all’estremità destra in alto del disegno, un’altra sottile linea che arriva a confluire nell’umanità attuale (7). Di che si tratta?

Il 2 agosto 2012 “Le scienze” ha pubblicato un articolo a firma di Gary Stix, In Africa i primi umani moderni si incrociarono con altre specie (8) che è  un’intervista con Sarah Tishkoff, una ricercatrice che l’articolista definisce “una star della genetica delle popolazioni”. La Tishkoff riferisce i risultati di uno studio genetico condotto su tre popolazioni di cacciatori-raccoglitori africani, e i risultati sono sorprendenti: per prima cosa, nel genoma di queste popolazioni non è stata trovata nessuna traccia di DNA risalente all’uomo di Neanderthal o a quello di Denisova, in compenso però:

Abbiamo visto molti dati che testimoniano incroci con un ominide che si è separato da un antenato comune circa 1,2 milioni di anni fa”.

Di questo ominide che si sarebbe re-incrociato con le popolazioni africane, per ora abbiamo le tracce nel genoma dei suoi discendenti odierni, ma non evidenze fossili.

È ovvio che l’assenza della traccia genetica di questo ominide nel DNA delle popolazioni europee e asiatiche rende ancora meno credibile la loro presunta origine africana.

Fra lo scorso giugno e gli inizi di quest’anno, il sito ecologista “Greenreport” ha pubblicato una serie di articoli, finora inediti in Italia, per quel che mi risulta, tratti da riviste scientifiche americane, quali “Science” e “Nature”. La maggior parte di essi, come è prevedibile, tratta tematiche ecologiche, ma ce ne sono un paio che affrontano questioni di paleoantropologia che mi sembra non abbiano finora trovato spazio altrove (la scienza – si sa – non è il gossip).

Uno di questi articoli ripreso da “Nature” ci parla di una ricerca genetica condotta da un team del Max Planck Institute guidato da Martin Kuhlwim condotta sui resti di neanderthaliani dell’Altaj risalenti a oltre 100.000 anni fa. Come le ricerche di Svante Pääbo hanno evidenziato la presenza di geni neanderthaliani nei moderni europei e asiatici, quelle di Kuhlwim avrebbero evidenziato nel genoma di questi neanderthaliani altaici le tracce di incroci con sapiens moderni. È chiaro che queste due varietà umane (che a questo punto non si possono considerare specie diverse) si sono incrociate non una ma più volte.

E c’è un’altra domanda che occorre farsi: se gli esseri umani anatomicamente moderni sono usciti dall’Africa non prima di 70.000 anni fa (data più remota della presunta catastrofe del vulcano Toba), cosa ci facevano i sapiens moderni che si sarebbero accoppiati con questi neanderthaliani nell’Altaj siberiano 30.000 anni prima?

Ma la vera sorpresa è un’altra: uno studio compiuto da un team di ricercatori catalani dell’Istituto di Biologia Evolutiva (IBE) di Barcellona sul genoma degli indigeni delle isole Andamane e di altre popolazioni asiatiche, ha evidenziato la presenza di geni che non risalirebbero né al sapiens di tipo Cro Magnon, né all’uomo di neanderthal, né a quello di Denisova, ma richiedono di ipotizzare un nuovo e per ora sconosciuto antenato dell’umanità attuale (9). A questo punto, contando l’uomo di Cro Magnon, quello di Neanderthal, di Denisova, l’antenato africano individuato da  Sarah Tishkoff e questo nuovo “nonno” andamanese, arriviamo a cinque.

Che una specie possa discendere da una pluralità di antenati non è un fenomeno tanto strano né tanto raro in natura, basta che pensiamo ai nostri cani che certamente derivano da una pluralità di ceppi di lupi selvatici (e forse da altri canidi, ipotizzano alcuni ricercatori), il che spiega l’estrema variabilità fenotipica e genetica che i nostri amici presentano, oppure ai lama, che derivano da vari camelidi andini, quali il guanaco, l’alpaca, la vigogna.

L’ipotesi dell’evoluzione multiregionale non potrebbe trovare dalla genetica una conferma più schiacciante.

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Homo neanderthalensis

C’è un aspetto dell’Out of Africa il cui esame ho appositamente lasciato in chiusura della nostra rassegna, un aspetto che non viene mai esplicitato con chiarezza ma che costituisce il vero senso di questa “teoria”. Si dà per scontato che un’origine africana in senso geografico sia la stessa cosa che dire che “veniamo dai neri” e quindi “le razze non esistono”, ma si tratta di due cose diverse: in fin dei conti, non è difficile fare un elenco di personaggi nati in Africa e che neri non erano affatto: Mosè, Annibale, Cleopatra, Giuseppe Ungaretti, John R. R. Tolkien, Christian Barnard, Richard Leakey, e certamente l’elenco potrebbe continuare. Ora, anche accettando l’idea dell’origine africana dell’uomo di Cro Magnon, nel momento in cui verifichiamo che quest’ultimo non era affatto un nero, l’Out of Africa fallisce il suo scopo, che non è quello di tracciare un disegno credibile delle nostre origini, ma il panegirico “antirazzista”.

La popolazione più simile all’uomo di Cro Magnon esistita in età storica pare sia stata quella dei Guanci, gli estinti indigeni delle Canarie, che non appartenevano al ceppo nero ma a quello caucasico, così come africani ma indiscutibilmente caucasici sono le popolazioni berbere e tuareg dell’Africa settentrionale che, dopo i Guanci, sembrerebbero avere le maggiori somiglianze con l’uomo di Cro Magnon.

Il nero subsahariano non solo non è ancestrale rispetto agli altri gruppi umani sapiens, ma con ogni probabilità non rappresenta nemmeno il più antico popolamento dell’Africa verosimilmente rappresentato dall’antenato comune delle popolazioni pigmoidi e khoisanidi (Boscimani e Ottentotti) che aveva caratteristiche alquanto diverse, è verosimilmente il risultato di un adattamento ambientale relativamente tardo.

È ironico, ma forse era quasi inevitabile che la definitiva sconfessione dell’Out of Africa venisse da una scoperta fatta su suolo africano. Ebbene, è precisamente quel che è accaduto. Ai primi di giugno “The Guardian” ha dato la notizia che è stata ripresa da varie pubblicazioni italiane fra cui “La Repubblica” del 7 giugno.

In Marocco, a Jebel Irhoud, una vecchia miniera 100 chilometri a ovest di Marrakech, sono emersi resti umani fossili (appartenuti pare ad almeno cinque persone) di aspetto molto antico, ma la vera sorpresa è venuta fuori quando questi resti sono stati sottoposti a test volti a stabilirne l’età da parte di Jean-Jacques Hublin dell’Istituto Max Planck per l’antropologia evoluzionista di Lipsia, test dai quali è risultato che questi fossili di uomini anatomicamente moderni, sapiens, risalirebbero a ben 300.000 anni fa (10).

Sebbene la scoperta sia avvenuta in Africa, la possiamo considerare la pietra tombale dell’Out of Africa per due motivi: perché esse è avvenuta nell’Africa mediterranea ben distante da quella subsahariana, e perché i 300.000 anni degli uomini di  Jebel Irhoud non sono assolutamente compatibili con i 70.000 scarsi che concede l’ipotesi accessoria dell’eruzione del vulcano Toba.

“Tutti gli uomini sono fratelli”, può essere in imperativo morale valido, ma non è la descrizione di una situazione di fatto in termini biologici: l’umanità è differenziata in varietà (se non vogliamo usare la parola razze, oggi ritenuta particolarmente odiosa), le differenze fra gli esseri umani e i gruppi umani non sono riconducibili solo all’apprendimento e all’influenza dell’ambiente, ma hanno un’origine biologica spesso molto antica. La scienza deve prendere nota del fatto, ma non spetta a essa sviscerarne le implicazioni, etiche, sociali, culturali, politiche.

Nella scienza occorre modificare le teorie per adattarle ai nuovi fatti che man mano emergono dalla ricerca, ma l’operazione inversa, alterare i dati di fatto per adattarli alle teorie, non è consentito: se lo si fa, non è più scienza ma dogmatismo, per quanto benintenzionato possa essere.

NOTE:

  1. Riportato in “Out of Africa” Theory officially Debunked, “Atlantean Gardens”, sabato 3 maggio 2014.
  2. “Kirk”: Homo sapiens nato in Europa?, “Ethnopedia”, martedì 27 maggio 2017.
  3. Wikipedia, voce Oreopithecus Bambolii.
  4. Anatole A. Klyosov e Igor L. Rozhanski: Re-Examing the “Out of Africa” Theory and the Origin of Europeoids (Caucasians) in the Light of DNA Genealogy, riportato da varie fonti, fra cui (on line) “Scientific Research Publishing” 2 maggio 2012.
  5. Svante Pääbo: Neanderthal Man, Basic Books (USA), 2014.
  6. Si veda: Ker Than, L’uomo di Denisova, una svolta nell’evoluzione umana, “National Geographic” 23 dicembre 2010.
  7. Christopher Stringer: The Origins of our Species, Penguin Books, 2012.
  8. Gary Stix: In Africa i primi umani moderni si incrociarono con altre specie, “Le scienze”, 2 agosto 2012.
  9. Scoperto un nuovo misterioso antenato degli esseri umani moderni, “Greenreport” (greenreport.it), 26 luglio 2016.
  10. Elena Dusi: Più antichi i primi antenati dell’homo sapiens, “La Repubblica”, 7 giugno 2017.

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