Gli errori di Orione – Parte III

da | Feb 2, 2017 | Antiche civiltà

Articolo originariamente pubblicato su “Tracce d’eternità” n° 28

1 Gli errori di Orione - Parte III

Fig. 1 – Osiride, Anubi, Horus (tomba di Horemheb, XVIII dinastia, Valle dei Re)

La figura di Osiride è sicuramente centrale nella mitologia e nella teologia dell’Antico Egitto; io stesso in altra sede ho definito “mito nazionale” quello del dio dell’oltretomba egizio. Certamente l’origine della divinità è antichissima, e su questo concordano i maggiori testi di riferimento: Flinders, Sayce, James, Dall’Agnola non hanno dubbi. Eppure, una chiave interessante di lettura si riscontra proprio in Flinders Petrie, da cui dipendono molti degli studi successivi. Il grande studioso britannico, infatti, nel suo “The religion of Ancient Egypt” tratta estesamente di Osiride nel sesto capitolo (“The human Gods”); ne parla anche più avanti nel testo, per esempio ricordando la fortissima analogia fra il nome originale egizio (Asar o Asir) e quello del dio mesopotamico e sumerico Asari (da cui derivò Assur): “I primi Sumeri di Babilonia adoravano Asari, ‘il forte /’ il principe che fa bene agli uomini ‘. C’è quindi una forte somiglianza con il nome, gli attributi e e il carattere di Asar, Osiride…” (pag. 64, op. cit.). Tuttavia, pur ammettendo che i nomi di entrambe le divinità erano “scritte” allo stesso modo (utilizzando dei pittogrammi/geroglifici raffiguranti un occhio, una sedia/trono e un uomo con la barba seduto – fig. 2)

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Fig. 2 – il geroglifico per “Osiride”

e pur senza indicare il pittogramma mesopotamico, il grande egittologo conclude che la somiglianza complessiva deve essere senz’altro casuale (sic!). La posizione generale di Petrie è, alla fin fine, quella dell’Egittologia ortodossa (e non solo) di oggi, quindi la uso come vero e proprio paradigma della visione del mito; scrive dunque questo Autore: “Osiride è la figura più familiare del pantheon egizio, tuttavia la nostra conoscenza del mito dipende per lo più da fonti molto tarde; il suo culto fu via via adattato per armonizzarlo con altre idee. Le porzioni relative ad Osiride del ‘Libro dei Morti’, però, sono sicuramente molto antiche, e precedono le porzioni ‘solari’, sebbene entrambe fossero largamente mescolate nei ‘Testi delle Piramidi’. Non si può dubitare che il culto di Osiride risalga al periodo preistorico; infatti, nelle prime tombe si vedono offerte ad Anubi, che venne sostituito da Osiride nella V e VI Dinastia.” (pag. 37, op. cit.; corsivi miei). Insomma, stranamente un’adesione acritica a nulla di confermato (come vedremo a breve); ma v’è di più. Successivamente, il grande egittologo ammette, devo dire con disarmante candore, che “solo a partire dalla in XVIII Dinastia si ampliò un vero culto di Osiride (omissis). Il suo culto era sconosciuto ad Abydos secondo quanto si riscontra nei templi più antichi, e non è menzionato nella zona delle cateratte, anche se in tempi successivi è diventato la divinità principale di Abydos e di Philae. Così in ogni caso e nel tempo l’adorazione di Osiride continuò ad aumentare; ma, in relazione all’antichità del suo culto, dobbiamo riconoscere in questo cambiamento graduale il trionfo più di una religione popolare che di una religione di Stato che si era sovrapposta ad essa. (omissis). Per quanto riguarda il mito, per come ci è stato trasmesso da Plutarco in epoca romana, le linee della sua antichità possono essere seguite in maniera molto incerta e solo con grande difficoltà”. (ibidem; il grassetto è mio). Sebbene Wilkinson (“The Complete Gods and Goddesses of Ancient Egypt”, pag. 31) dissenta parzialmente con Petrie, affermando sia che la nascita del culto osiriaco avvenne senza dubbio ad Abydos, essendo la divinità certamente originaria dell’Alto Egitto (ipotesi supportata dall’Autore solo per via dei caratteri distintivi dell’abbigliamento e della Corona Bianca -v. infra), sia che “il ruolo spesso preminente svolto dalla teologia solare egizia ha portato l’associazione di molte divinità minori con il dio del sole o con caratteristiche solari, Osiride incluso” (op. cit., pag. 31), nessuno, di fatto, sembra mettere insieme i tasselli del puzzle. Questo puzzle, su cui si basa il fondamento teorico della TCO di Bauval, appare in realtà essere molto meno coerente di quel che comunemente appare. Il punto è che praticamente tutte le pubblicazioni, anche quelle accademiche e di livello, concordano sui medesimi aspetti, senza rendersi conto, a quel che sembra, che in molti casi si tratta di atti di fede pura, in mezzo ai quali l’ingegnere belga sguazza con facilità irridente. Ad esempio, il “British Museum Dictionary of Ancient Egypt” a pagina 214 dichiara allegramente che non esistono rappresentazioni o citazioni di Osiride anteriori alla V Dinastia (2.494-2.345 a.C. Circa), salvo poi usare le solite argomentazioni a favore di un culto antichissimo e diffuso (sebbene non testimoniato!), che ebbe un momento di “irraggiamento” proprio a partire dal 2.500 a.C. Nello stesso periodo, cioè, in cui il dominio della religione solare di Stato tributata a Ra si rifletteva anche nel cambio dei nomi teofori attribuiti ai Faraoni. Infatti, dalla IV dinastia viene introdotto, fra i titoli reali, quello di “Figlio di Ra”. Cimmino, nel suo “Dizionario delle dinastie faraoniche”, scrive testualmente che “i sovrani della IV e V dinastia (furono) fautori della supremazia del culto solare nel dogma dell’essenza divina della monarchia”. E in effetti, a partire da Chefren (=Khaf-Ra), sono davvero parecchi i re che avevano il suffisso -Ra nel nome; non è difficile verificarlo, trovandone un elenco: è credibile che dei Faraoni devoti a tal punto al Sole fossero autori di monumenti con funzione cerimoniale pressoché esclusivamente stellare?

In altri termini, è possibile sostenere l’equazione Orione=Osiride ai tempi “ufficiali” della datazione delle piramidi di al-Jizah (IV Dinastia, 2.550 a.C. Circa – con tutte le riserve di cui ho parlato alla fine della parte precedente) o addirittura anteriormente, come dice Bauval? Può esistere una “base mitologica” che in qualche maniera salvi la TCO?

Un dio che, già nell’Antico Regno, avesse una tale diffusione da condizionare di fatto la disposizione dei principali monumenti egizi dovrebbe essere ritrovato con frequenza negli scavi e nelle attestazioni epigrafiche. Purtroppo, non è così.

Il pittogramma focale e identificativo di Osiride nel geroglifico completo mostrato sopra è rappresentato dall’uomo seduto con la barba. Racheli Shalomi-Len (Università del Negev “Ben Gurion”) sottolinea l’importanza del pittogramma in un suo notevole lavoro (The earliest pictorial representation of Osiris), pubblicato negli atti del 9° Congresso Internazionale di Egittologia, tenutosi a Grenoble nel 2004. La Ricercatrice (pag. 1696 e seguenti degli “Atti”) dimostra efficacemente una serie di fatti e circostanze:

1 – la prima certa comparsa dell’ “uomo con la barba seduto” (geroglifico A40 di Gardiner) avviene nel corso della V Dinastia, verosimilmente al tempo di Niuserra. A questo periodo risale la tomba di un alto funzionario del Regno, Ptah-Shepses (nato durante il regno di Menkau-Ra), ed è sulla falsa porta di tale tomba che si osserva il simbolo;

2 – il simbolo è, più o meno dal medesimo periodo, sempre associato con la morte;

3 – si ritrova similmente nella tomba di Ty, a Saqqara come la precedente; esso è posto in associazione con una serie di geroglifici che indicano divinità infere, sebbene Osiride sia l’unico membro di questa “processione” che non viene mai citato in documenti di qualsiasi tipo anteriori alla seconda metà della V Dinastia;

4 – nonostante la probabile associazione del simbolo e del geroglifico completo con Osiride, fino alla fine del Primo Periodo Intermedio (2.200-2.050 a.C.) non esiste una sicura e inconfondibile identità semantica fra il geroglifico e la divinità: la studiosa non manca di stupirsi che una divinità di tale (supposta?) importanza non abbia un corrispettivo univoco nella scrittura;

5 – l’identificazione dell’ “uomo con la barba seduto” con Osiride appare almeno controversa, poiché esistono numerosi esempi del simbolo, in cui il medesimo non viene utilizzato in correlazione con il dio. A tal proposito, cita tre tavolette lignee attribuite all’epoca del faraone Den (I Dinastia), di cui riporto la terza perché più chiara (fig. 3)

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Fig. 3 – Tavoletta del re Den (da: Wilkinson, TAH, “Early Dynastic Egypt”)

Godron ritiene che in questi casi (quelli delle tavolette di Den) il simbolo assuma il carattere determinativo per “stranieri” (“les hordes”); Wilkinson si spinge oltre, e afferma che la parola in questione (‘Iwntyw) abbia il significato di “Asiatici”. Il che, tra l’altro, vista l’identità fonetica di certe divinità è eloquentemente inquietante…;

6 – nella Pietra di Palermo geroglifico e simbolo vengono ugualmente usati nel corso della descrizione della guerra contro gli Asiatici;

7 – nel complesso funerario di Sahura (V Dinastia: di nuovo il suffisso -Ra nel nome del sovrano!) il simbolo/geroglifico è molto chiaro (fig. 4)

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Figura 4 – Iscrizione dal complesso funerario di Sahura (circa 2.470 a.C.)

ed inequivocabile è l’identità con il geroglifico A40; eppure, anche in questo caso c’è accordo completo sul significato di “genti straniere” da attribuire al simbolo. Nel medesimo complesso esistono molti altri passi in cui l’A40 compare, nessuno dei quali con il significato di (o in connessione a) “Osiride”;

8 – queste osservazioni inducono a pensare che l’associazione con una divinità sia alquanto posteriore, e che questo dio abbia in ogni caso un’origine straniera. Helck invece sostiene (1976) che Osiride fosse una deità assai nota agli Egizi fin dal Predinastico (in accordo con le opinioni espresse da molti altri, come abbiamo visto, sebbene senza prove concrete). Secondo Helck, il nome originario era “Wusure”, derivato da un dialetto del Delta orientale (idea in netto contrasto con un Osiride meridionale, ma comunque congrua con l’assenza di reperti in Alto Egitto). La Shalomi-Len però correttamente contesta che è molto difficile immaginare che un dio noto da secoli non abbia lasciato alcuna traccia (alcuna!) per buona parte dell’Età Arcaica e dell’Antico Regno, almeno fino alla V Dinastia, ed argomenta addirittura che l’idea stessa di una divinità chiamata “Osiride” non fosse neanche passata per la testa agli Egizi, almeno fino alla fine della V Dinastia (pag. 1701, op. cit.);

9 – la studiosa confuta in maniera convincente anche altre affermazioni “gratuite” su Osiride. Ad esempio, demolisce la teoria di Griffiths (“The origin of Osiris and his cult”, pagg. 85-87, 130, 147) secondo cui il dio trae la sua origine dall’Alto Egitto e da tempi preistorici. Shalomi-Len è categorica: in primo luogo, l’iconografia di Osiride (mummia con corona piumata Atef, braccia incrociate con i simboli regali, etc.) è emersa soltanto nel corso del Medio Regno; in secondo luogo, nello stesso periodo e in quello immediatamente precedente (Primo Periodo Intermedio) Osiride è associato ben poco con località dell’Alto Egitto, ma molto con luoghi distribuiti in tutte le Due Terre; infine, il dio non è citato quasi mai in relazione a Abydos e/o Thinis, ma assai spesso, invece, a Ddw (Busiris, nel Basso Egitto);

10 – da ultimo, nell’Antico Regno non esiste alcun indizio sia pur piccolo che possa condurre ad identificare Osiride come un “Re dell’Alto Egitto divinizzato”, con quel che ne consegue. La Ricercatrice sottolinea che -nelle pochissime epigrafi di quel periodo ritrovate- il dio non viene mai raffigurato assiso in trono, né possiede alcuno degli attributi normali dei sovrani; la stessa corona Atef non ha il carattere proprio della regalità: perciò, è davvero difficile immaginare una congruità del racconto classico (ma tardivo) con quanto effettivamente conosciamo.

Chi volesse ulteriori informazioni su questi aspetti, che concorrono -tutti- nell’unica direzione di una non sovrapponibilità fra Osiride e affermazioni di Bauval (Faraone defunto=Osiride) può consultare l’articolo della Shalomi-Len.

Citando en passant un libello disponibile che fa risalire quasi ogni divinità egizia al Sahara post-glaciale (fig. 5)

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Figura 5 – il testo di Taklit

e secondo il quale esisterebbero dei legami oscuri ma ancestrali fra Egizi e Osiride, bisogna ricordare che la Ricercatrice israeliana non è l’unica, a livello accademico, a contestare la visione prevalente del mito osiriaco, che -va assolutamente ricordato- rappresenta la base teorico-storica dell’impianto di Bauval e dei suoi sostenitori. Valgano per tutti due notevoli lavori di Andreij Bolshakov, Curatore del Museo “Hermitage” di San Pietroburgo. Nel primo, pubblicato nel 1992 (“Chronique d’Egypte”, vol. 67, fascicolo 134, pagg. 203-210: “), l’Autore specifica immediatamente che “l’idea di Osiride è tra quelle centrali della Weltanschauung egiziana. Ciononostante, i primi monumenti non menzionano questo dio e la prima metà del’Antico Regno non ha nulla a che fare con l’ideologia di Osiride. Così, la comparsa di Osiride nelle iscrizioni è una svolta nello sviluppo di tutta la Weltanschauung egizia”: chiaro? Nell’articolo, che riassumo in estrema sintesi, Bolshakov analizza approfonditamente la tomba di una principessa egiziana, sita nella piana di al-Jizah, dopo aver segnalato che la prima citazione di Osiride in un monumento “pubblico” è quella dei Testi delle Piramidi nel sepolcro di Unas (V Dinastia), mentre in una sepoltura privata questo avviene addirittura in tempi molto posteriori (alla fine della V Dinastia nelle tombe di Saqqara, all’inizio della VI in quelle di al-Jizah), e che nessuna iscrizione può essere attribuita in maniera affidabile a periodi antecedenti il regno di Niuserra (v. anche supra). Per motivi linguistici, epigrafici e iconografici Bolshakov ritiene impossibile che esista un singolo riferimento a Osiride prima della fine della V Dinastia, in totale accordo, quindi, con la studiosa israeliana. Nel 2001, spinto da alcune ricerche compiute dai Ricercatori accademici Baud e Manuelian (indipendentemente) sulla falsa porta della tomba della principessa Jnti, il russo tornò sull’argomento. Vale la pena leggere l’inizio dell’articolo (“Osiris in the Fourth Dynasty again?”, Bulletin du Musee Hongrois des Beaux-Arts – supplement-2001, pagg. 65-80): “La figura di Osiride occupa uno dei posti più significativi della religione egiziana e, a partire dal Medio Regno, determina in larga misura il carattere della visione del mondo egizio. Tuttavia, il nome di Osiride non è mai stato registrato durante la prima metà dell’Antico Regno. La sua comparsa può essere interpretata in maniera diversa, ma, in ogni caso, questo è un momento di fondamentale importanza come svolta critica nello sviluppo dell’ideologia egizia, essendo i periodi anteriore e posteriore qualitativamente e profondamente diversi. D’altra parte, dal momento che, nella misura in cui sappiamo, la registrazione di Osiride è apparsa improvvisamente, all’interno del ciclo di vita di una sola generazione, la sua presenza nelle iscrizioni è un criterio di datazione affidabile che permette di stabilire un terminus ante quem non per i rispettivi monumenti. Sui monumenti reali, Osiride è menzionato non prima dei Testi delle Piramidi di Unas, mentre nelle tombe private, per quanto li possiamo datare, il suo nome non si osserva prima di Isesi (NdA: seconda metà-fine della V Dinastia). Un’iscrizione nella tomba di una principessa a Giza, datata da alcuni studiosi alla fine della IV – inizio della V dinastia era stata considerata l’unica citazione precedente di questo dio; tuttavia, come chi scrive ha dimostrato, non può essere anteriore alla metà della V dinastia. Questa conclusione e, di conseguenza, la certezza della regola universale è generalmente accettata oggi” (i grassetti sono miei). In buona sostanza, Bolshakov controbatte ai due studiosi “avversari” (i quali, con vario grado di prudenza, ritenevano possibile una retrodatazione della prima iscrizione riferibile ad Osiride alla seconda metà della IV Dinastia, e quindi grosso modo al periodo ortodosso dell’edificazione delle piramidi di al-Jizah), e -utilizzando una serie di criteri specialistici che è fuori luogo illustrare in questa sede- dimostra nuovamente che porre la datazione di un’iscrizione che citi Osiride a un momento precedente il 2.500 a.C. è assolutamente inaccettabile. L’Autore, con un grafico che riporta in ordinata i parametri usati e in ascisse i periodi dinastici è decisamente convincente nella dimostrazione (fig. 6)

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Figura 6 – estratto da Bolshakov, 2001

che il periodo più probabile a cui si può attribuire la citazione di Osiride in quest’ultima tomba è non anteriore al regno di Niuserra (2.490 a.C. circa) e non posteriore al 2.300 a.C. Lo studioso in una nota a pag. 76 demolisce anche l’ipotesi di Altenmuller (relativa a un Osiride di origine preistorica) con queste nette parole: “Recenti documenti di H. Altenmuller dedicati a Osiride sono un buon esempio di quanto sia pericoloso un disprezzo della cronologia per le interpretazioni dei fenomeni religiosi. Le ricostruzioni di Altenmuiller si basano anche su (elenchi di offerte che) risal(irebbero) alla fine della III – inizio della IV Dinastia. In questo contesto, egli deve dimostrare che Osiride è un dio antico, almeno  quanto l’Antico Regno, o abbandonare la sua teoria. Tuttavia, il tempo della prima iscrizione relativa ad Osiride non è di alcuna importanza per lui e menziona varie datazioni di questo momento come insignificanti. Se si accetta la teoria di Altenmuller, dobbiamo ammettere che la nozione di Osiride era insita nella religione egizia fin dai tempi primordiali, il che implicherebbe una radicale reinterpretazione della nostra comprensione dell’Antico Regno che potrebbe essere verificata attraverso i monumenti solo forzatamente; almeno io non conosco alcuna prova attendibile del concetto di resurrezione in tombe private del III millennio a.C. (vedi Bolshakov, op. cit., nota 14). Inoltre, è quasi impossibile credere che la figura di una divinità così centrale per la cultura egizia possa essere rimasta completamente nascosta per secoli (NdA: naturalmente, qui Bauval parlerebbe senz’altro di “conoscenza iniziatica” per pochi eletti…). Tuttavia, non appena prendiamo questo fatto sul serio, come un punto di svolta nello sviluppo della religione, il castello di Altenmiiller  crolla immediatamente” (i grassetti sono miei). La conclusione tranchant di Bolshakov, dunque, è che nulla fa ritenere che la divinità-Osiride sia emersa dalle nebbie del tempo prima di un tempo successivo alla datazione ortodossa delle piramidi, datazione che Bauval sostanzialmente condivide, come abbiamo visto nella parte precedente.

Il motivo di questa lunga sezione, mi auguro non troppo ostica, dovrebbe ormai essere chiaro. Bauval e CERTA Egittologia eterodossa fondano le basi teoriche della loro “ipotesi” su un assunto: le Grandi Piramidi riecheggiano la Cintura di Orione, che a sua volta è la rappresentazione del dio Osiride, a cui il Faraone defunto deve riunirsi. Il punto è che ai tempi della presunta edificazione delle piramidi di al-Jizah (2.550 a.C. circa, secondo la cronologia ortodossa -seppur con i limiti accennati in precedenza) la figura di Osiride era verosimilmente sconosciuta nel complesso quadro della religione egizia, o almeno aveva un ruolo tutt’altro che preminente, come Bauval vorrebbe farci credere. Quello che sorprende, comunque, non è solo l’adesione del belga all’idea dell’ “Osiride antichissimo”, ma il fatto che la gran parte degli Egittologi ortodossi sembra non afferrare l’impossibilità di questo assioma, sebbene essi stessi riconoscano che non esiste nulla che dimostri l’antichità del culto osiriaco.

Ora, se -come credo di aver dimostrato- i Faraoni che avrebbero dovuto “ricongiungersi ad Osiride” nemmeno conoscevano quel dio, se non in periodi ben più tardi, che senso aveva, sotto il profilo religioso e/o esoterico, allineare tre monumenti su tre stelle che non potevano certamente rappresentare un dio sconosciuto? Sarebbe come se nel II secolo a.C. qualcuno avesse realizzato una cattedrale tipicamente cristiana… Senza contare che gli Egizi avevano davvero un anelito all’immortalità, è indubbio, e ritenevano di poter conseguire questa immortalità effettivamente in Cielo: ma ascendendo alle cosiddette “Stelle Imperiture”, e cioè alle costellazioni circumpolari che ben rappresentano l’Eternità, poiché non tramontano mai. Di questo però parleremo prossimamente, magari in un articolo dedicato all’astronomia egizia, altro campo in cui purtroppo la disinformazione regna sovrana.

Al termine di questo lungo viaggio faraonico, dobbiamo dunque tirare le somme. Somme che non possono essere lusinghiere per Bauval e per coloro che si sono sentiti illuminati dalla sua folgorante intuizione. Riassumendo, nella prima parte ho dimostrato che l’allineamento proposto da Bauval come chiave di lettura dei monumenti di al-Jizah è in realtà inaccettabile sotto il profilo visivo e astronomico; nella seconda parte, abbiamo affrontato gli aspetti astronomici, astrofisici, archeologici e archeoastronomici che rendono ugualmente improponibile l’ipotesi dell’ingegnere belga; in questa ultima parte, abbiamo discusso degli elementi epigrafici che, una volta di più, dimostrano che la strada per capire le Grandi Piramidi e il loro significato è tutt’altro che breve. Probabilmente non è nemmeno accennata, in realtà, e siamo di fronte a un sentiero quasi invisibile.

Di una cosa però sono certo, irrazionalmente certo: sia la visione ortodossa che quella eterodossa finora imperanti sono soltanto due facce dello stesso paradigma scientifico. Due facce che non ci conducono verso la Verità, ma da questa, per motivi diversi, ci sviano. Sono le facce della sicurezza, della tranquillità, del rifiuto -alla fin fine- della conclusione che spiazza, devasta e lascia smarrite le coscienze, ma consente il balzo in avanti della Conoscenza. Abbiamo bisogno di coraggio, di grande coraggio, e di un’intuizione che  fin qui è mancata, di quel “colpo di vanga fortunato” che il grande Selim Hassan auspicava. Forse la vanga non serve più; quello che serve è sicuramente un nuovo pensiero, un “pensiero fortunato” che ci svegli sulle spalle dei Giganti.

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Nato nel 1964, è Medico. Appassionato di Paranormale, Ufologia, Archeologia Misteriosa ed Insolito fin dall’adolescenza, ha sviluppato una vastissima esperienza sperimentale sul campo. Da parecchio tempo si occupa di evidenza di Civiltà “prediluviane” e di Egitto, principalmente predinastico, e di Archeologia biblica. Attualmente si dedica alla divulgazione, con particolare attenzione alla comunicazione del criterio scientifico applicato alle Scienze “di confine”, e alla ricerca e proposizione di un metodo di studio rigoroso e scientificamente valido in questo campo. Collabora da anni alla rivista telematica “Tracce d’Eternità” (di cui è uno dei maggiori redattori, nonché curatore dell’archivio completo), a “Signs” (del cui Comitato Scientifico ha fatto parte fino al 2014) e alla nota rivista cartacea “Xtimes“; è Amministratore di diverse pagine e gruppi Facebook. Fra i suoi numerosi hobby attualmente non coltivabili, figura l’Astronomia, altra passione ultratrentennale.

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