L’Arca di Noè: una ipotesi precessionale (Seconda parte)

da | Mar 25, 2017 | Religioni

Sulla base delle informazioni che si possono desumere dalla lettura del testo del Genesi e delle informazioni disponibili sullo stato delle tecniche di costruzione delle imbarcazioni, si può dedurre che l’Arca fosse una sorta di grande chiatta galleggiante che presentava, approssimativamente, la forma rettangolare come possibile verificare nelle immagini indicate più oltre

Fig.-1-noè L'Arca di Noè: una ipotesi precessionale (Seconda parte)

fig.-2-arca L'Arca di Noè: una ipotesi precessionale (Seconda parte)

ANALISI DELLA FORMA GEOMETRICA DELL’ARCA:

ANALISI DEI RAPPORTI TRA LE MISURE DELL’ARCA (ESPRESSE IN m)

RAPPORTO LUNGHEZZA / LARGHEZZA: 155,4 / 25,9 = 6

RAPPORTO LUNGHEZZA / ALTEZZA: 155,4 / 15,54 = 10

RAPPORTO LARGHEZZA / ALTEZZA: 25,9 / 15,54 = 1,666

Le misure dell’Arca di Noè, come risultano dal racconto biblico della Genesi, presentano alcune particolarità che devono essere attentamente valutate. Il rapporto tra la lunghezza e la larghezza dell’Arca è pari a 6. Per poter comprendere l’importanza di questo rapporto occorre valutare attentamente le conoscenze matematiche e geometriche di cui potevano disporre gli autori del testo nell’epoca in cui fu redatto il libro della Genesi. In merito a tali conoscenze occorre precisare che sappiamo con certezza che misure e rapporti di figure geometriche piane e solide sono presenti in diversi versetti dei libri biblici con rapporti numerici che devono essere analizzati specificamente; ad esempio nel 1° libro dei Re 7,23 l’autore illustra gli ornamenti interni del Tempio di Salomone: [23] Fece il Mare, un bacino di metallo fuso di dieci cubiti da un orlo all’altro, perfettamente rotondo; la sua altezza era di cinque cubiti e una corda di trenta cubiti lo poteva cingere intorno.”. Dal testo si evince che il Mare di metallo fuso fatto costruire da Re Salomone aveva una circonferenza di 30 cubiti e un diametro di 10 cubiti (da un orlo all’altro n.d.a.), per cui nel testo biblico si evince che per i sacerdoti ebrei che compilarono i rotoli il rapporto costante tra circonferenza e diametro del cerchio è uguale a 3, cioè il π è pari a 3. Questo dato è confermato anche nel 2° Libro delle Cronache 4,2: “[2] Fece il Mare, un bacino di metallo fuso di dieci cubiti da un orlo all’altro, perfettamente rotondo; la sua altezza era di cinque cubiti e una corda di trenta cubiti lo poteva cingere intorno.”. Il 1° Libro dei Re fu composto nel VI sec. a.C. mentre il Libro delle Cronache intorno al IV sec. a.C. e in entrambi è presente lo stesso tipo di conoscenze matematiche che può essere riferito ad un periodo di circa tre secoli. Al di là della collocazione storica del testo dei singoli libri Biblici è importante ricordare che poiché il rapporto tra la circonferenza e il diametro del cerchio viene posto pari a 3, si può dedurre che, anche in modo indiretto (cioè se non specificato dal testo) il rapporto tra la circonferenza e il raggio del cerchio è pari a 6, cioè essendo C = 2πr (dove r è il raggio e C la circonferenza) risulta che

C = 30

r = 5 (metà di 10 che è il diametro)

quindi 2π = 30/5 = 6

per cui il valore di 2π nel testo biblico, pari a 6, corrisponde al rapporto tra la lunghezza e la larghezza dell’Arca di Noè, come esposto nel testo della Genesi; cioè risulta

RAPPORTO LUNGHEZZA / LARGHEZZA ARCA = 300 / 50 = 6

VALORE 2π DESUMIBILE TESTI BIBLICI = 6

Da questa uguaglianza si deduce che esiste una relazione di natura geometrica tra i lati dell’arca e le misure di una sfera. Questa relazione può essere approssimata considerando i lati dell’Arca su base rettangolare introducendo un’equivalenza tra una zona o calotta sferica e una figura rettangolare. E’ possibile esprimere tale relazione con il seguente teorema:

“Sia dato un arco di circonferenza ruotante attorno ad un diametro che non lo attraversi. In una rotazione completa, un tale arco genera una zona oppure una calotta nel caso in cui un suo estremo si trovi sull’asse di rotazione. Se si pensa di materializzare una tale superficie mediante una lamina sottile o un velo flessibile ma inestendibile, si trova che non è possibile (come nel caso del cilindro e del cono) distendere questa superficie sopra un piano, perciò non abbiamo subito l’idea di una superficie piana a cui la zona o la calotta possa paragonarsi. Tuttavia si può dimostrare il seguente teorema di cui diamo il solo enunciato.

TEOREMA. La superficie di una zona o calotta sferica è equivalente ad un rettangolo di cui uno dei lati è equivalente alla circonferenza massima della sfera e l’altro è l’altezza della zona o calotta.

Siccome una superficie sferica ∑ si può concepire come una calotta di altezza uguale al diametro, si ha il

COROLLARIO Una superficie sferica è equivalente a un rettangolo di cui un lato equivale alla circonferenza massima e l’altro è uguale al diametro.2

fig.-3-arca L'Arca di Noè: una ipotesi precessionale (Seconda parte)

Dimostrazione del teorema con esempio

Supponiamo di avere una calotta sferica in cui l’altezza sia pari a m 26 e il raggio sia pari a m 26, calcolare la superficie della calotta sferica e del rettangolo equivalente.

r = 26 m

h = 26 m

per calcolare l’area della superficie della calotta occorre applicare la formula

S = 2πrh

da cui si ottiene che

S = 2π·262 = 4.247,43 m2 superficie della calotta sferica

Per calcolare l’area del rettangolo occorre ricordare che la base è data da

b = 2πr

mentre l’altezza è h

quindi l’area del rettangolo è

A = b · h = 2πr · h = 2·π·26 · 26 = 4.247,43 m2

L’applicazione del precedente teorema di equivalenza tra la calotta sferica e il rettangolo permette di ipotizzare che, approssimando il valore della costante π = 3 (anziché 3,14) come compariva nella matematica ebraica risultante dal testo biblico del Genesi (ripreso da altri testi), le misure dei lati approssimativamente rettangolari dell’Arca di Noè esprimono l’equivalenza con la calotta sferica di altezza pari al raggio, in cui il rapporto base/altezza sia pari a 6. Ma occorre inoltre valutare attentamente a quali misure ridotte in scala può fare riferimento tale relazione. Infatti se consideriamo le misure in metri dell’Arca di Noè, calcolate con il cubito lungo ebraico (m 0,518) otteniamo:

LUNGHEZZA CUBITI 300 · 0,518 = m 155,4

LARGHEZZA CUBITO 50 · 0,518 = m 25,9

Se ora consideriamo il rapporto

40.076.594 / 257.760 = 155,48

Si ottiene che la misura approssimata della lunghezza dell’Arca di Noè (155,48 m circa) corrisponde al rapporto tra la circonferenza equatoriale terrestre rapportata alla scala di riduzione basata sulla cifra 257.760 (margine di errore per difetto sulla lunghezza in scala pari a [(155,48 / 155,4) – 1] · 100 = 0,0514%).

Così pure se consideriamo il rapporto

6.378.388 / 257.760 = 24,75 m

Si ottiene che la misura approssimata della larghezza dell’Arca di Noè (24,75 m) corrisponde al raggio equatoriale terrestre rapportato alla scala di riduzione basata sulla cifra 257.760 (margine di errore per eccesso pari a [(25,9 / 24,75) – 1] · 100 = 4,64%)

Il margine di errore più elevato relativo al raggio equatoriale terrestre è conseguenza diretta della sottovalutazione dell’effettivo valore del π nelle conoscenze esprimibili nella matematica ebraica (3 contro 3,14 per π e 6 contro 6,28 per 2π).

Il dato interessante che si evince da questo tipo di modello, tuttavia, è che le misure dell’Arca, pari a 155,4 m di lunghezza per 25,9 m di larghezza esprimono, con buono grado di approssimazione, le misure della circonferenza terrestre e del raggio terrestre in scala 1 : 257.760 (in metri). Altrettanto interessante è il fatto che la cifra numerica relativa alla scala di riduzione non appare come un numero casuale ma assume un valore ben preciso, pari a 10 · 25.776, cioè 10 volte il valore corretto del ciclo precessionale in anni (pari al rateo di 1° ogni 71,6 anni tale per cui 360° · 71,6 = 25.776). L’ipotesi che si evince da tale modello, quindi, è che vi possa essere, almeno in linea di principio, non necessariamente in modo ubiquitario, una rappresentazione in testi biblici o parte di essi delle misure approssimate della Terra e di un riferimento preciso al rateo del ciclo precessionale (rotazione inversa dell’asse terrestre che genera lo spostamento del punto equinoziale e delle costellazioni che reggono l’equinozio di primavera); una ragione plausibile della presenza di tali misure e dei riferimenti precessionali può essere legata all’idea che esista una tradizione anteriore al formarsi dei testi biblici (entrati a far parte del canone Ebraico e Cristiano), relativa alla volontà di trasmettere al lettore una conoscenza cosmologica, nella certezza che le dinamiche celesti incidano sul destino dell’Uomo. In tal senso tale tradizione sarebbe acquisita da quanti, anche all’interno del Cristianesimo o dell’Ebraismo, siano in grado di ottenere tali informazioni sulla base di presunte connotazioni esoteriche. Le informazioni che sono inserite in modo indiretto nel testo non possono comunque essere ritenute casuali se si considera che si tratta di misure astronomiche e archi temporali con margini d’errore centesimali e se si considera, inoltre, che tali misure derivano dall’applicazione di un teorema di equivalenza tra la sfera e il rettangolo. La considerazione che ne deriva è che gli autori del testo, indirettamente, dimostrano di essere portatori di conoscenze matematiche e geometriche che presentano caratteristiche peculiari, che si prestano ad interpretazioni controverse, poiché appare evidente che gli autori “approssimano” il π al valore 3 (contro 3,14) mentre vi è un margine d’errore molto più risicato per le presunte misure della circonferenza equatoriale inserita nelle misure dell’Arca che fa pensare ad una conoscenza approfondita di tali misure. Poiché sappiamo con certezza che il testo del Genesi fu composto all’incirca tra il VI e il V sec. a.C. (sebbene preso da una tradizione orale o scritta antecedente) appare evidente che tali misure ben approssimate, della circonferenza terrestre e del rateo precessionale, erano conosciute dagli autori del testo anteriormente agli studi realizzati da Eratostene di Cirene e da Ipparco rispettivamente in merito alla circonferenza terrestre e alla precessione stellare; in particolare Eratostene, vissuto nel III sec. a.C. (276 – 194 a.C.) compì studi di astronomia calcolando con buona approssimazione il valore della circonferenza terrestre attraverso la stima del meridiano ottenendo un valore approssimativamente pari a 39.375 km (contro i 40.076 corretti) con un margine d’errore dell’1,78% circa. Così pure Ipparco, vissuto nel II sec. a.C. (200 – 120 a.C.) compiendo registrazioni e osservazioni astronomiche e compilando cataloghi stellari sulla base di precedenti osservazioni eseguite da altri astronomi, scoprì che le coordinate celesti degli astri subivano una modifica che determinava un moto di precessione apparente verso est che calcolò nel rateo di 1° ogni 75 anni, con un ciclo completo di 360 · 75 = 27.000 anni e un spostamento annuale del punto gamma di circa 48” d’arco (un valore molto prossimo a quello reale di 1° ogni 71,6 anni). Il valore del rateo di precessione fu poi corretto dall’astronomo Tolomeo nel I sec. d.C. in 36” d’arco all’anno, corrispondente a 1° ogni 100 anni circa (con uno scarto ben maggiore) mentre in epoca posteriore gli astronomi arabi calcolarono un valore del rateo in circa 1° ogni 70 anni (prossimo a quello reale). Le misure espresse in epoca posteriore alla redazione del testo del Genesi dimostrano l’accuratezza del valore del rateo di precessione “indirettamente” inserito nella misura dell’Arca di Noè (71,6 · 360 · 10), a cui si aggiunge l’altrettanto accurata misura della circonferenza equatoriale (con uno scarto dello 0,051% rispetto a 40.076,594 km). L’ipotesi che è stata qui esposta apre nuovi orizzonti interpretativi relativi ai testi biblici, in merito soprattutto alle conoscenze astronomiche, matematiche e geometriche che seppero esprimere gli autori dei testi biblici, come già precedentemente esposto nell’analisi del numero 153 nel Vangelo di Giovanni; tali conoscenze facevano parte di un corpus organico che gli autori dei testi seppero esprimere e che era caratterizzato da elementi comuni a epoche diverse, sebbene vi siano tratti e particolarità che emergono da un’attenta analisi dei testi biblici. In particolare è possibile osservare che la presenza di eventuali codici astronomici precessionali negli scritti biblici può essere classificata in due tipologie:

– da un lato la presenza di valori numerici relativi al rateo di precessione pari a 71,6 (per 1°) a cui possono aggiungersi multipli o sottomultipli, come nel caso delle misure dell’Arca di Noè

– alternativamente al codice 71,6 è possibile registrare la presenza di codici “arrotondati” su valori che potevano essere più facilmente trattati come temi narrativi, come il numero 72 o 70. La presenza di tali codici numerici espressi per valori originari o multipli e sottomultipli rappresenta un tentativo, a posteriori, di rendere più semplice l’uso di cifre numeriche per scopi narrativi e indica quindi un’operazione di rifinitura posteriore della codificazione su dati astronomici; cioè una modifica apportata in epoche più recenti nella redazione finale di testi posteriori al Genesi, in cui l’importanza simbolica delle cifre numeriche era ben evidente per i lettori del testo.

In tal senso spicca innanzitutto, a fronte di possibili analisi non ancora eseguite, il dato “isolato” della presenza del codice 71,6 nel Genesi per le misure dell’Arca mentre in altri libri canonici e apocrifi spicca in modo evidente l’impiego del numero 72 (le 72 piaghe o malattie di Adamo, i 72 discepoli di Gesù, i 72 saggi traduttori della Bibbia in greco che operarono in 72 giorni, i 72 nomi di Dio, i 72 Angeli ecc.). Ulteriori analisi permetteranno di valutare l’impatto che tali codici astronomici possono aver avuto sulla redazione dei testi biblici.

ELEMENTI DI CRITICITA’ DELL’IPOTESI PRECESSIONALE NEI TESTI BIBLICI

Vi sono diversi elementi critici che emergono dall’ipotesi precessionale per i testi biblici e che devono essere attentamente valutati:

– la rappresentazione del rateo di precessione pari a 71,6 nel modello dell’Arca di Noè appare come un modello “isolato” che non ha riscontro immediato in altri modelli immediatamente confrontabili nei vari testi biblici. Tale modello acquisirebbe maggiore validità se fosse possibile individuare la sua presenza in altri dati presenti nel testo dell’Antico Testamento

– la rappresentazione del numero precessionale 72, che appare come la versione “arrotondata” del rateo 71,6, viene visto come un tema narrativo di tipo prettamente cosmologico – precessionale mentre alcuni studiosi forniscono interpretazioni alternative. L’emerito Prof. Zichichi, per esempio, in alcune sue apparizioni televisive, ha affermato che il numero 72 può essere considerato come il prodotto di 12 (numero delle lunazioni annue) moltiplicato per 6 mentre in altre ipotesi tale cifra sarebbe legata solo ad una simbologia nefasta.

– il significato simbolico originario dei numeri precessionali e il “messaggio” originario che sarebbe “nascosto” nei testi biblici sarebbe di difficile interpretazione e apparirebbe come un messaggio “debole” non in grado di fornire un messaggio esoterico particolare da rivolgere ai posteri; cioè appare come un significato confuso e non del tutto attendibile. Quale sarebbe tale messaggio?

1° messaggio: noi autori del testo biblico inseriamo i numeri precessionali nei testi biblici perché vogliamo “avvertire” le future generazioni che il destino dell’Umanità è legato alle dinamiche celesti; per cui la precessione comporta, col passare del tempo, dei cambiamenti epocali nella vita sulla Terra, tra cui possibili sconvolgimenti planetari, nuove ere glaciali, dovute a variazioni nell’obliquità dell’eclittica, nella forma dell’orbita terrestre (eccentricità) e nel cambiamento dell’orientamento dell’asse terrestre che inverte le stagioni ogni 13.000 anni circa. Per cui la vicenda dell’Arca di Noè è legata ai cicli astronomici e gli autori ci avvertirebbero del fatto che nell’epoca in cui vissero tale evento epocale essi conoscevano le misure della Terra e i segreti del Cosmo (civiltà evoluta?). Se il presunto messaggio fosse questo sarebbe un messaggio prettamente scientifico che lascia pochi dubbi sul destino futuro dell’Umanità

2° messaggio: oppure il messaggio potrebbe essere un invito agli uomini ad avvicinarsi ad una dimensione superiore dell’Essere, in cui il piano Divino opera secondo armonie cosmiche a cui l’Uomo deve riavvicinarsi per entrare in contatto con Dio; in tale linguaggio quindi l’impiego di una codificazione numerica apparirebbe come una sorta di comunicazione con il mondo divino. In tal senso la Bibbia conterrebbe forti speculazioni filosofiche legate a culti più antichi della codificazione scritta, che potevano avere una forte connotazione astrale.

Se tali messaggi, a cui se ne possono aggiungere altri non individuati in questo scritto, fossero realmente inseriti negli scritti biblici, che vengono continuamente studiati, al pari della Cabala Ebraica per comprendere contenuti esoterici complessi, essi stravolgerebbero il significato della Bibbia come insieme di libri caratterizzati da una profonda ispirazione morale, religiosa e teologica ma diventerebbero un mezzo di comunicazione (anche di tipo scientifico) di natura intertemporale.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE:

L’enigma della possibile presenza di numeri precessionali nella Bibbia e in particolare nel racconto del Diluvio Universale ci induce a riflettere attentamente sulla possibile presenza di temi narrativi, di tipo pseudoscientifico o archeoscientifico nei miti antichi, riflessione che per ovvi motivi si ferma, nell’immediato, all’individuazione della loro possibile presenza, lasciando, in altro lavoro la ricerca delle possibili origini. In passato gli studiosi si sono divisi, su questo delicato tema, in modo tale da avere un’assoluta prevalenza degli studiosi per una crescita lineare delle conoscenze scientifiche dei popoli antichi, passando dalle prime conoscenze pseudoscientifiche delle civiltà del vicino oriente (Egizi, Sumero – Babilonesi ecc.) fino a giungere alla codificazione scritta delle scienze e della filosofia da parte dei Greci a partire dal VI sec. a.C. circa. Le più importanti scoperte scientifiche dell’antichità (sfericità della terra, raggio terrestre, circonferenza, precessione, moti stellari, π, ecc.) sono tutte “racchiuse” nel mondo e nell’epoca greca e tutto ciò che è antecedente a tale epoca poteva essere stato osservato ma non compreso; su questo punto la comunità scientifica è abbastanza compatta, tranne alcune sfumature; tra i pochi studiosi di storia della scienza antica che hanno aperto spiragli alternativi, alla ricerca di una verità sfuggente, tutt’altro che assodata, vi è senza dubbio Giorgio De Santillana (1902 – 1974) il quale, fondamentalmente, ha ipotizzato che gli elementi dei temi narrativi presenti nei miti antichi fossero l’espressione di un vero e proprio linguaggio arcaico del mito, che garantiva la trasmissione di un retaggio, quantomeno di livello “minimo”. Secondo Santillana il mito “operava misure” e trasmetteva informazioni sulla struttura del Tempo e del Cosmo che mentre avrebbero potuto apparire incomprensibili ad alcuni, avrebbero aperto un mondo ad altri che fossero anche correttamente istruiti su tali informazioni; queste informazioni sulla struttura del Tempo e del Cosmo erano indispensabili per capire almeno in parte il pensiero e il mondo Antico, e rappresentavano una sorta di ponte comunicativo tra gli uomini moderni e gli Antichi ma il mito stesso, subendo la storia umana una sua naturale evoluzione, è morto per lasciare spazio allo sviluppo della scienza moderna, la scienza galileiana sebbene l’evoluzione stessa del mito sia stata lunga nel corso dei millenni; la scienza galileiana è “talmente” recente che forse c’è uno spazio cosmologico di riferimento anche fino al Medioevo, epoca nella quale i miti sono ancora importanti e presenti nelle saghe letterarie di vari popoli; ma giustamente, i grandi studiosi come gli astronomi arabi, Jean Buridan, Nicola Oresme, Nikolaus Krebs Von Kues (Niccolò Cusano), Nikolaus Kopernic (Copernico), Johannes Von Kepler, Galileo Galieli, Isaac Newton e i grandi matematici dell’epoca moderna ci hanno consegnato una comprensione razionalistica e fondata sul metodo scientifico che ci ha permesso di compiere il balzo verso il progresso annullando “l’infantile” linguaggio del mito (il bambino è diventato uomo). Ma le tracce di questa lenta evoluzione del linguaggio del mito sono ancora presenti, secondo Santillana, nei temi narrativi che si affacciano nella rilettura di questi ormai antichissimi racconti fornendoci particolari che affiorano di quando in quando nelle nostre analisi; ecco allora che i miti parlano di mulini che macinano il grano e l’asse del mulino viene scardinato, le porte e le colonne che sorreggono il cosmo vengono abbattute, le stelle cadono dal cielo, le potenze del cielo vengono sconvolte (Discorso escatologico di Gesù), Sansone viene legato alla macina del grano e obbligato a farla ruotare e viene portato in mezzo ai pilastri che sorreggono l’edificio, dove appoggiandosi con tutta la sua forza li fa crollare ecc.; diversi esempi, portati dallo stesso Santillana, operano in tal senso. Santillana individua tre elementi essenziali:

– la presenza di elementi in temi narrativi che richiamano la struttura cosmologica, quindi lo Spazio

– la presenza di elementi numerici che richiamano la struttura del Tempo (codici numerici astronomici)

– la fusione dei due elementi con la rotazione della volta stellata e lo spostamento equinoziale delle costellazioni

Lo spazio, il tempo, gli astri, sono gli elementi essenziali del mito; tutto ruota intorno a questi tre elementi, a cui si aggiungono le connotazioni psicologiche dei personaggi, le vicende umane, gli amori, i dolori, i drammi, le gioie, la guerra, la vita e la morte; gli Dei operano nel Cielo sulla base di questo schema cosmologico in un continuo divenire in cui il destino dell’Umanità è legato alle dinamiche celesti. L’intuizione di Santillana viene, nella nostra analisi, riportata, ad un livello prettamente “minimo” nella possibile presenza di elementi numerici che richiamano la struttura del Tempo che essendo strettamente fusa con la sua dinamica spaziale, fa riferimento alla cinematica degli astri, quindi al loro spostamento precessionale di 1° ogni 72 anni. Le tracce fornite da Santillana nella sua analisi dei miti antichi sono importanti e sufficientemente esaustive per affermare che non si tratta di pura infatuazione personale ma di un ragionamento preciso e dettagliato realizzato da uno dei più grandi storici della scienza del XX secolo, sebbene appaia, come detto più sopra, alquanto confuso il significato stesso del “messaggio” insito nel racconto o testo. L’enigma che deriva dall’applicazione di un modello come quello qui descritto, relativo alle misure dell’Arca di Noè in rapporto al rateo precessionale e alle misure del globo terrestre, generano una profonda riflessione legata all’effettivo ruolo che tale modello può avere nella struttura generale della Bibbia e nei suoi significati cosmologici più reconditi. Tale riflessione comporta la necessità di valutare attentamente la possibile esistenza di altri modelli simili nel testo biblico che possa confermare una possibile presenza effettiva di un modello fondato sulla cosmologia precessionale.

GIUSEPPE BADALUCCO © ASPIS 2017

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  1. La Sacra Bibbia, Ed. CEI 1974
  2. A. Palatini, V. Faggioli Elementi di geometria, Ghisetti e Corvi Editori 1985

BIBLIOGRAFIA

– La Sacra Bibbia, Ed. Cei 1974

– A. Palatini, V. Faggioli Elementi di geometria, Ghisetti e Corvi Editori 1985

– G. Galvagno, F. Giuntoli Dai Frammenti alla Storia. Introduzione al Pentateuco Elledici Torino 2013

– a cura di Mons. E. R. Galbiati, La Storia della salvezza ne l’Antico Testamento, Ed. Istituto San Gaetano Vicenza 1969

– L. Russo La rivoluzione dimenticata VII edizione, Milano, Feltrinelli 2013

– K. Geus, Progress in the Sciences: Astronomy and Hipparchus, in Brill’s Companion to Ancient Geography, Leida, Brill, 2015.

– G. De Santillana, H. Von Dechend, Il mulino di Amleto, Saggio sul mito e sulla struttura del tempo, Adelphi Edizioni 1983

 

 

 

 

 

 

 

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